Da alcuni anni Cascina Verde si occupa sempre più spesso di persone caratterizzate da quella che viene definita “doppia diagnosi”. Abbiamo chiesto di spiegarci questo concetto alla nostra educatrice Giada Cravini, che al tema ha dedicato la sua recente tesi di laurea, cogliendo l’occasione per farle pubblicamente le nostre congratulazioni
Che cosa significa davvero DOPPIA DIAGNOSI?
La parola chiave DOPPIA DIAGNOSI indica la co-presenza, nello stesso individuo, di un disturbo psichiatrico, e di una dipendenza da una o più sostanze.
Il legame tra questi due ambiti è ormai consolidato: chi soffre di un disturbo psichiatrico ha una probabilità significativamente maggiore di sviluppare una dipendenza, e viceversa. Questo perché l’uso di sostanze può diventare un tentativo – spesso disperato – di autoterapia: placare ansia, depressione, tensione o sintomi psicotici. Non sorprende, quindi, che molti pazienti preferiscano essere identificati come “tossicodipendenti” piuttosto che “malati psichiatrici”, perché socialmente percepiti come più “aiutabili”.
Una diagnosi complessa da formulare
Stabilire una diagnosi accurata nei soggetti con DOPPIA DIAGNOSI è un processo delicato. Per distinguere i sintomi psichiatrici reali dagli effetti delle sostanze, è necessario un periodo di almeno sei mesi di astinenza, come indicano i criteri del DSM-5. Molti autori utilizzano il termine comorbidità, oggi molto diffuso in ambito europeo. Studi internazionali evidenziano numeri importanti: tra i soggetti con dipendenza, il 35% presenta un disturbo affettivo, il 45% un disturbo d’ansia e il 50% un disturbo di personalità.
Le tre categorie cliniche nella DOPPIA DIAGNOSI
First e Gladis (1993) propongono una classificazione utile ancora oggi:
1. Disturbo psichiatrico primario e dipendenza secondaria
La patologia psichiatrica precede l’uso di sostanze, che diventano uno strumento di automedicazione.
2. Tossicodipendenza primaria e patologia psichiatrica secondaria
Qui il disturbo mentale emerge come conseguenza dell’uso cronico o dell’astinenza (ad esempio sindromi paranoiche da cocaina o depressione da alcol).
3. Entrambi i disturbi come primari
Una categoria controversa, perché rischia di ridurre la complessità biografica e relazionale della persona.
I modelli che spiegano la relazione tra i due disturbi
Nel tempo sono stati sviluppati vari modelli interpretativi. Nel Modello della causa primaria: uno dei due disturbi provoca l’altro.
Il Modello del fattore comune evidenzia invece una vulnerabilità condivisa (genetica, ambientale o psicologica) alle due tipologie di disturbo. .
Infine, nel Modello della sostanza “trigger” l’uso di sostanze facilita l’insorgenza del disturbo psichiatrico.
Il ruolo della dopamina è centrale: sostanze come cocaina, alcol e anfetamine attivano intensamente il circuito della gratificazione, aumentando il rischio di dipendenza soprattutto in individui traumatizzati o vulnerabili.
Genetica, fattori personali e interventi multidisciplinari
Gli studi su gemelli e adozioni mostrano una forte componente ereditaria. I soggetti con DOPPIA DIAGNOSI hanno spesso parenti con problemi di dipendenza o disturbi psichiatrici. Anche la psicopatologia influenza il tipo di sostanza scelta: ad esempio, gli schizofrenici tendono a usare nicotina, cannabis e cocaina per alleviare i sintomi negativi, mentre i pazienti bipolari ricorrono più spesso ad alcol e oppiacei.
Oggi sappiamo che la DOPPIA DIAGNOSI richiede interventi multidisciplinari, integrati tra servizi psichiatrici (CPS) e servizi per le dipendenze (SERT), fino all’inserimento in comunità terapeutiche specializzate. Come Cascina Verde, che Giada Cravini ha ringraziato nella toccante dedica della sua tesi.
La dedica della tesi
“Ai ragazzi di Cascina Verde, ai “miei ragazzi”, così fragili ma così forti.
A voi che mi avete insegnato a non mollare mai, a vivere ogni esperienza come se fosse la primavolta, a ritornare bambina, a salvare i cuccioli di piccione che la mamma aveva smarrito.
A voi che mi fate emozionare ogni giorno, che mi fate ballare, gioire, arrabbiare, scrivere e progettare.
A voi che mi avete permesso di crescere professionalmente, che mi insegnate giorno dopo giorno a dar valore alle esperienze di vita, anche a quelle più semplici.
A voi che avete coraggio, coraggio di mettervi in gioco, di indagare su voi stessi, sulla vostra storia e sulle vostre emozioni.
A voi che mi date la forza di spingermi sempre più oltre, di mettermi e di mettere in discussione il metodo più e più volte, di personalizzare i progetti in base a tutte le vostre peculiarità e ai vostri bisogni.
A voi che siete più che sostanza, siete vita, gioia, dolore e forza.
A voi che siete storia, la vostra storia.
Grazie.”
Giada Cravini

