Le sostanze come risposta all’ansia

Prima delle dipendenze: quando le sostanze placano l'ansia

Riprendiamo la pubblicazione della nostra serie “Prima delle Dipendenze”,  scoprendo perché non è la sostanza a creare la dipendenza, ma la funzione che inizia a svolgere nel dare una risposta all’ansia.

 Ci sono due ragazzi di sedici anni, entrambi fumano il loro primo spinello durante una festa, entrambi ridono, stanno con gli amici, vivono un’esperienza simile. Qualche mese dopo, però, le loro strade si dividono.Uno continua la propria vita senza particolare interesse per la cannabis. Ogni tanto gli capita di fumare, altre volte no. Se non c’è, non gli manca.
L’altro, invece, inizia lentamente a cercarla sempre più spesso, all’inizio solo nel fine settimana, poi anche durante la settimana, poi da solo, poi prima di uscire, poi prima di dormire. Infine, ogni volta che si sente agitato.
La domanda che dovremmo porci non è:Perché uno è diventato dipendente e l’altro no? Ma piuttosto “Che cosa è successo tra il primo e il secondo utilizzo?”
La risposta, nella maggior parte dei casi, non riguarda la sostanza, riguarda l’ansia.

L’ansia come emozione fondamentale

Negli ultimi anni la parola ansia è entrata nel linguaggio quotidiano.
“I ragazzi sono tutti ansiosi.”
“È l’epoca dell’ansia.”
“I giovani non reggono più lo stress.”
Sono affermazioni che contengono una parte di verità, ma rischiano di essere riduttive: l’ansia è un’emozione fondamentale, è un sistema di allarme.
Serve a prepararci ad affrontare un pericolo, a concentrarci prima di un esame, a proteggerci nelle situazioni difficili.
Il problema non è provare ansia.Il problema nasce quando un ragazzo non possiede gli strumenti per comprenderla, tollerarla e attraversarla.
In quel momento l’ansia smette di essere un segnale e diventa qualcosa da eliminare il più rapidamente possibile.Ed è qui che una sostanza può apparire incredibilmente efficace.
 

Il sollievo immediato delle sostanze

Proviamo a metterci nei panni di un adolescente. Da settimane dorme poco, ha il cuore che batte forte ogni mattina prima di entrare a scuola, ha paura del giudizio, si sente continuamente inadeguato, la testa non smette mai di pensare.
Poi un giorno fuma cannabis.
Per la prima volta dopo mesi il corpo si rilassa, i pensieri rallentano, l’ansia diminuisce, il senso di oppressione sembra sciogliersi.
Non è difficile capire cosa accade nella sua mente.
“Finalmente sto meglio.”
Questa è una delle frasi che più spesso ascoltiamo nei percorsi terapeutici.
Non: “Mi piace trasgredire” o “Voglio farmi del male.”
Ma “Finalmente sto meglio.”
È una differenza enorme, perché ci dice che il centro del problema non è la sostanza: è  il sollievo.

La funzione della sostanza

Nel lavoro clinico c’è una domanda che consideriamo molto più importante di tutte le altre.Non chiediamo quasi mai:”Quanto consumavi?” Chiediamo piuttosto:
“Che cosa ti dava quella sostanza?”
Le risposte sono sorprendentemente simili: “Mi calmava”, “Mi faceva sentire normale”, “Non pensavo più”, “Dormivo”, “Mi sentivo finalmente all’altezza”
Queste risposte descrivono la funzione della sostanza e la funzione è molto più importante della quantità.
Perché due ragazzi possono utilizzare la stessa sostanza nello stesso modo, ma attribuirle significati completamente diversi.
Per uno è un’esperienza, per l’altro è una medicina.
Ed è proprio qui che il rischio cambia.
 

Quando il cervello impara

Ogni volta che una sostanza produce un sollievo, il cervello registra quell’esperienza. Il nostro sistema nervoso è costruito per ricordare ciò che ci fa stare meglio.
Il problema nasce quando l’unico strumento efficace diventa la sostanza: ogni volta che l’ansia ritorna, il cervello propone la stessa soluzione.
 
È un apprendimento neurobiologico, e con il tempo questo circuito diventa sempre più rapido e rigido
L’ansia compare, il cervello ricorda, nasce il desiderio di utilizzare.
È così che, lentamente, prende forma il craving, cioè il il desiderio irrefrenabile e compulsivo di assumere una sostanza .
 

La società della prestazione

Crediamo che oggi ci sia un elemento nuovo rispetto al passato. Molti adolescenti non crescono soltanto con il desiderio di essere felici, crescono con l’idea di dover essere continuamente performanti.
Bravi a scuola, bravi nello sport, bravi nelle relazioni, presenti sui social, interessanti, sicuri, mai troppo fragili, mai troppo tristi.
È una pressione enorme, che spesso gli adulti sottovalutano.
Quando questa tensione diventa costante, qualsiasi strumento capace di abbassarne il volume può assumere un valore enorme.
Non è un caso che, accanto alle sostanze tradizionali, aumentino anche l’uso improprio di ansiolitici, stimolanti, energy drink, puff e altri prodotti che promettono di modificare rapidamente il proprio stato interno.
Il messaggio culturale è sempre lo stesso:
“Non devi imparare a stare con quello che provi. Devi trovare qualcosa che te lo faccia passare.”
La sostanza si inserisce perfettamente in questa logica.
 

Proibire ed eliminare non basta

Che cosa dovrebbe fare un adulto?
Quando un ragazzo utilizza una sostanza per calmare l’ansia, la reazione istintiva dell’adulto è eliminarla, è comprensibile, ma spesso non basta perché, tolta la sostanza, rimane l’ansia.
E se quella sofferenza continua a non trovare altre modalità di gestione, il rischio è che il ragazzo sostituisca una sostanza con un’altra, oppure sviluppi altri comportamenti compulsivi.
La vera domanda diventa allora:
“Che cosa possiamo offrire al posto della sostanza?”
Non una predica, non una punizione, ma strumenti, relazioni, ascolto, percorsi psicologici quando necessari.
Esperienze che permettano al ragazzo di sperimentare che l’ansia può essere attraversata senza dover essere immediatamente anestetizzata.
 

La prevenzione come educazione alla regolazione emotiva

La prevenzione dovrebbe insegnare anche cosa fare quando arriva l’ansia. Come riconoscere le emozioni, come chiedere aiuto, come tollerare la frustrazione, come aspettare.
Come respirare dentro un momento difficile senza cercare immediatamente una soluzione esterna.
Sono competenze emotive e rappresentano uno dei più importanti fattori di protezione rispetto allo sviluppo di una dipendenza.

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