Quando parliamo di cronicità di una dipendenza? Da questa domanda prende le mosse l’intervento di Federica Serafin all’interno del libro OLTRE LA COMUNITÀ, edito da Edizioni Erickson, che abbiamo riassunto in questo post.
Cosa significa cronicità?
La cronicità non riguarda solo l’irreversibilità di una condizione, ma anche la sua durata, il tempo trascorso e la percezione soggettiva di quel tempo.
Il termine cronicità deriva dal greco khrónos (tempo) e indica una condizione morbosa con un decorso lungo e senza una risoluzione davvero definitiva.
La cronicità, però, non è solo un sinonimo di malattia: significa anche attesa, sospensione, presenza di abitudini radicate che si cristallizzano negli anni.
Quindi, se da un lato porta con sé l’idea di immobilità, dall’altro lascia spazio a piccoli cambiamenti possibili: spostamenti impercettibili che diventano, nel tempo, veri passi verso il miglioramento.
Dietro i comportamenti legati alle sostanze, si nasconde spesso un paradosso: la sostanza è allo stesso tempo desiderio di annullarsi e tentativo di vivere di più, di colmare il divario tra l’ideale degli altri e le proprie possibilità reali.
In questa prospettiva, la dipendenza appare come un modo per reggere aspettative esterne, ma al prezzo della perdita dei propri desideri autentici.
Cronicità e dipendenza patologica: il tempo sospeso
Lo psichiatra Gianfranco Cecchin definiva la dipendenza come “un tempo sospeso”.
Chi vive una dipendenza patologica spesso si muove in un tempo bloccato, in cui la sostanza diventa il centro attorno al quale ruota tutto il resto.
La cronicità, in questo contesto, rappresenta un doppio paradosso in cui entrano in gioco due dimensioni: da un lato il tempo cronologico degli anni effettivamente vissuti, dall’altro il tempo percepito, spesso vissuto come tempo perso e sospeso.
L’intreccio fra queste due dimensioni temporali trasforma il percorso di cura in un salto enorme, perché il tempo trascorso nella sospensione rende difficile recuperare il senso del presente.
Curare la cronicità andando oltre le etichette.
Un rischio diffuso nella terapia delle dipendenze è concentrare tutta l’attenzione sul sintomo, cioè sulla sostanza e sui comportamenti.
L’approccio utilizzato a Cascina Verde, invece, prende in considerazione il sintomo comeuna delle tante espressioni della complessità della persona. Questo permette di restituire al paziente un ruolo attivo e di renderlo esperto della propria storia, non semplice destinatario delle decisioni altrui.
Spesso, infatti, chi è definito “cronico” rischia di identificarsi con la propria diagnosi:
le etichette possono diventare gabbie che impediscono di vedere altre possibilità
Il nostro approccio punta a ridare senso alla sospensione, a leggere i segni emergenti nella relazione terapeutica, a cercare quel filo che ricuce le fratture della vita. Così il paziente non è più solo “portatore di sintomo”, ma soggetto della propria storia.
In comunità, lo psicologo non è mai solo: agisce all’interno di un’equipe multidisciplinare che lavora insieme, supervisiona, si confronta e mantiene alta l’attenzione per contrastare i pregiudizi e gli automatismi.
Conclusioni: la cronicità come opportunità di senso
La cronicità, nella dipendenza patologica, non è solo immobilità. È anche uno spazio in cui è possibile generare nuovi significati, dare voce alla complessità e trasformare la sospensione in occasione di cambiamento.
Il compito del terapeuta è aiutare la persona a tornare soggetto della propria storia, riconoscere i propri bisogni e desideri, e aprirsi alla possibilità di un futuro diverso.
Continua a seguirci, e per sostenere le nostre iniziative segui questo link.

