Claudia Povoleri, direttrice di Cascina Verde,l avora da vent’anni nel mondo delle dipendenze, e in questi giorni sta affiancando alla sua attività lavorativa una campagna personale sui nsoui canali social, soprattutto Linkedin, per sensibilizzare l’opinione pubblica alla necessità di prevenire le dipendenze.
Da dove nasce oggi questa tua presa di posizione così netta sulla prevenzione?
Durante la mia attività quotidiana a Cascina Verde, e anche nella vita di ogni giorno, ho visto troppe storie di dipendenza iniziare molto prima di quanto gli adulti siano disposti ad ammettere.
Sappiamo – e i dati lo confermano – che l’età di esordio nell’uso di sostanze è intorno ai 12 anni. È per questo che, da anni, propongo interventi di prevenzione nelle scuole medie: non per spaventare, ma per proteggere, informare e dare strumenti ai ragazzi.
Eppure entrare nelle scuole non è stato semplice.
No, affatto. Per molto tempo ho trovato solo porte chiuse. Prima mi veniva detto che non c’erano risorse economiche; poi, anche offrendo interventi gratuiti, le risposte continuavano a essere “no”.
Alla fine sono riuscita a entrare in alcune terze medie con la “scusa” di una lezione di scienze sugli effetti delle sostanze sul cervello.
Che tipo di riscontro hai avuto dai ragazzi?
Incontri intensi, vivi, partecipati. Ragazzi curiosi, sinceri, con domande vere. È stato evidente quanto ci fosse bisogno di uno spazio di parola autentico.
Poi però è successo qualcosa che ti ha fatto riflettere.
Sì. Prima dell’ultima lezione un docente mi ha fermata. Mi ha fatto i complimenti, ma mi ha anche chiesto di non dare per scontato con i ragazzi che prima o poi potrebbero sperimentare alcol, cannabis o altro. In sostanza, mi è stato chiesto di sostenere che “non bisogna mai provare nulla”, punto.
Ed è lì che scatta la “lampadina”.
Esatto. Forse è proprio qui il nodo: la scuola fatica a fare prevenzione perché fare prevenzione significa guardare la realtà negli occhi, non nasconderla.
Significa riconoscere che i ragazzi crescono in un mondo complesso, in cui le sostanze esistono, circolano e incuriosiscono.
Cosa comporta, secondo te, questo silenzio sulle dipendenze?
Chiedere di “far finta che il problema non esista” non protegge i nostri figli.
Li lascia soli di fronte a scelte difficili, senza informazioni affidabili e senza adulti pronti ad accompagnarli.
La vera prevenzione non è silenzio, non è negazione, non è paura di nominare ciò che esiste. È dialogo, è conoscenza, è responsabilità condivisa.
Nel tuo intervento richiami anche il pensiero di Matteo Lancini. Perché è così centrale?
Negli ultimi anni Matteo Lancini ha più volte sottolineato come uno dei nodi centrali dell’adolescenza contemporanea non sia il dolore dei ragazzi, ma la difficoltà degli adulti – in particolare dei genitori – a reggerlo, ascoltarlo e abitarlo.
Il dolore adolescenziale spesso spaventa: riattiva ferite antiche, lutti non elaborati, fragilità personali. Mette gli adulti di fronte alla loro impotenza.
E come reagiscono, spesso, gli adulti?
Tendono a difendersi: minimizzano, normalizzano, correggono oppure chiedono al ragazzo di “stare meglio” troppo in fretta.
Ma ciò che non viene ascoltato non scompare. Cerca altre strade per farsi sentire.
È in questo spazio che si inserisce la dipendenza.
In che modo avviene questo passaggio?
Molti percorsi di dipendenza iniziano quando un ragazzo, attraversato da una forte ansia o da una sofferenza emotiva, sperimenta alcol o cannabis e scopre che quel malessere si attenua, si silenzia, si anestetizza.
A quel punto la sostanza smette di essere legata alla curiosità o all’aggregazione: diventa una risposta efficace.
Ed è qui che il rischio aumenta.
Sì. Questo è un campanello d’allarme importante, perché la sostanza assume una funzione di regolazione emotiva.
Diventa una medicina fai-da-te in una società che fatica a tollerare l’ansia, il dolore, la fatica psichica.
Che responsabilità ha il contesto culturale in tutto questo?
Viviamo in un contesto che promuove il benessere a tutti i costi, che silenzia la morte, il lutto, la perdita, oppure li spettacolarizza senza elaborarli.
In questo scenario, l’uso di sostanze può diventare per molti ragazzi una risposta coerente a un messaggio implicito: il dolore non è accettabile, va eliminato.
Allora, che cos’è davvero la prevenzione?
La prevenzione non può limitarsi all’informazione sui rischi.
Deve creare spazi in cui il dolore possa essere nominato, ascoltato e condiviso.
Perché quando un adulto riesce a stare accanto alla sofferenza di un ragazzo senza scappare, la sostanza perde una parte importante del suo potere.
Come si traduce tutto questo oggi, concretamente, per te?
Mi auguro che la scuola – a partire da Milano – trovi il coraggio di fare questo passo.
I ragazzi meritano verità, non silenzi.
Da oggi parte la mia sfida all’indifferenza e al silenzio, verso la conoscenza, il dialogo e la responsabilità condivisa che servono a prevenire le dipendenze.

