“STUPEFATTO”: IL TEATRO E LA PREVENZIONE

Un'immagine dallo spettacolo STUPEFATTO, che racconta una storia vera di dipendenza.

Abbiamo avuto modo di assistere in un live streaming allo spettacolo “Stupefatto”, che la Compagnia Itineraria Teatro ha tratto dall’omonimo romanzo biografico di Enrico Corti (link al trailer)L’interpretazione vigorosa ed emozionante di Fabrizio De Giovanni ci ha trascinato nella storia personale di Rico, che alla fine dello spettacolo è salito sul palco per rispondere alle domande che gli venivano rivolte attraverso Whatsapp. Si ricrea così nel digitale parte dello spirito delle rappresentazioni live, che portano questa storia e la sua testimonianza in giro per l’Italia fra scuole, oratori e associazioni. Il progetto è sicuramente interessante, così abbiamo deciso di raccontare a caldo le nostre impressioni.

Stupefatto: una storia vera dell’Italia anni ottanta 

La storia di Rico  prende il via nella provincia lombarda degli anni ottanta, quando le lotte politiche del decennio precedente avevano lasciato il posto al desiderio di divertimento e di trasgressione, e i cineforum e i dibattiti culturali erano stati soppiantati dalle maxi discoteche. Come tante storie di quegli anni, molte finite tragicamente sulle prime pagine dei giornali, quella di Rico inizia con la curiosità e il desiderio di sentirsi parte di un rito collettivo che inizia con la prima canna condivisa con gli amici della piazzetta, e che arriva  fino all’eroina.  

Un percorso che chi ha vissuto quegli anni conosce molto bene, per storia personale o per vicinanza a persone che lo hanno seguito, e che sul palcoscenico restituisce in modo vigoroso un’atmosfera fatta di famiglie ancora poco consapevoli dei rischi ma pronte ad aiutare con dolore e affetto, e di datori di lavoro che in qualche modo fanno parte di un sistema educativo in qualche modo ancora familiare.  La forza della storia personale rimane intatta anche dopo più di trent’anni, e come tutte le testimonianze sincere arriva a toccare il cuore degli spettatori che però, a nostro parere, corrono il rischio di restare legati a una visione dell’ingresso nel mondo delle sostanze, e più in generale della figura stessa del tossicodipendente, ancorata a una precisa epoca storica. 

Come ci dimostrano ogni giorno le vite degli ospiti della nostra comunità, sempre più spesso non sono più solo  la curiosità, l’emulazione o il bisogno di trasgressione a spingere i nostri ragazzi verso l’uso delle sostanze, ma il desiderio di colmare un  vuoto interiore, l’urgenza di trovare una soluzione chimica che consenta loro di sentirsi adeguati a un mondo che propone loro obiettivi verso i quali si sentono inadeguati. Un mondo che ha anche aumentato la possibilità di imbattersi in dipendenze che non sono più soltanto quelle delle droghe e dell’alcol, ma che si ramificano sulle strade del digitale e di relazioni tossiche. 

L’importanza di stabilire un contatto 

L’innegabile forza comunicativa di Stupefatto però, come dicevamo prima, sta nell’essere una storia vera, raccontata senza filtri e senza compiacimento. Questo consente di far cadere le difese nel pubblico più giovane, primo destinatario di ogni azione di prevenzione, che nelle occasioni live si apre a domande e confidenze, stimolate dal fatto di trovarsi di fronte a un adulto che sentono in grado di comprendere le loro fragilità.  Da questa apertura nascono domande autentiche e momenti di confronto, vera e propria anticamera di un percorso educativo da continuare in modo più strutturato all’interno delle scuole, come quello che Cascina Verde ha progettato .

Tenere accesi i riflettori

In un’epoca in cui le sostanze cambiano rapidamente, in cui la percezione del rischio si abbassa e in cui le dipendenze assumono forme sempre più ibride, la prevenzione non può limitarsi alla proibizione. Ed è questo il pregio di un’operazione come “Stupefatto”: quello di portare sulla scena un argomento che troppo spesso viene tenuto dietro le quinte della società. Rendere la dipendenza un oggetto di narrazione, come anche nella docuserie “Drugs” di cui abbiamo già parlato, serve a evitare l’ipocrisia di chi vorrebbe nascondere il problema sotto il tappeto.  Il problema più grande, oggi, è infatti il rifiuto della società in senso lato di prendersi carico del dolore in generale e in particolare di quello degli adolescenti. Questo atteggiamento non aiuta l’adolescente a mentalizzare le emozioni e a saperle regolare, aumentando così il rischio di cercare nelle sostanze un silenziatore o un regolatore emotivo.