La dipendenza non è un vizio, ma una patologia e una risposta a un malessere: per questo è indispensabile andare oltre i pregiudizi. È da questo cambiamento di prospettiva che parte il lavoro quotidiano di Cascina Verde, raccontato in questa puntata del podcast “Fare Terzo Settore”: clicca qui per ascoltarla su Spotify.
Ospiti dell’intervista condotta da Filippo Poletti e Raffaele Abbattista sono Claudia Povoleri, direttrice di Cascina Verde, ed Emanuele, che sta affrontando il proprio percorso terapeutico all’interno della comunità.Le loro voci permettono di osservare il tema delle dipendenze da due punti di vista complementari: quello di chi ogni giorno costruisce percorsi di cura e quello di chi ha scelto di chiedere aiuto.
Le dipendenze sono cambiate
Cascina Verde opera dal 1974 e oggi gestisce due comunità, una a Milano e una ad Azzate, in provincia di Varese. Entrambe accolgono persone con problemi di dipendenza spesso accompagnati da una profonda sofferenza psicologica o da diagnosi psichiatriche.
“Negli ultimi decenni non sono necessariamente cambiate le persone” spiega Claudia Povoleri, “ma sono cambiate le ragioni che possono portare all’utilizzo delle sostanze.
Se in passato il consumo poteva rappresentare anche una forma di ribellione, di protesta o di evasione, oggi le sostanze vengono utilizzate sempre più spesso per attenuare ansia, dolore, insicurezza e disagio mentale. Diventano una sorta di silenziatore del malessere. Per questo è fondamentale superare l’idea della dipendenza come debolezza morale o mancanza di volontà. La dipendenza è una patologia e come tale deve essere compresa e curata.”
Scegliere di curarsi
La comunità non è un luogo di costrizione, le persone sanno di poter interrompere il percorso in qualsiasi momento. Restare e curarsi è quindi una scelta libera, anche se difficile e faticosa.
Il lavoro di Cascina Verde non si limita all’astinenza dalla sostanza. L’obiettivo è aiutare ogni persona a costruire strumenti utili per tornare ad affrontare la vita quotidiana, le relazioni, le responsabilità e il futuro.Molti pazienti raccontano, per esempio, di non avere mai fatto una vacanza, una grigliata o una semplice uscita senza utilizzare sostanze. Anche esperienze apparentemente ordinarie possono diventare quindi una parte importante del percorso terapeutico.
Per questo la comunità organizza gite, giornate in montagna, visite culturali, vacanze e momenti trascorsi fuori dalla struttura. L’obiettivo non è quello di isolare le persone dal mondo, ma prepararle a ritornarvi. E il percorso per raggiungere questa meta non può essere uguale per tutti
Un progetto costruito sulla persona
Non esiste un percorso identico per tutti. Ogni progetto terapeutico viene costruito in modo individuale, tenendo conto della storia, delle difficoltà e delle risorse della singola persona. Durata, obiettivi e strumenti possono quindi essere differenti.
La “cassetta degli attrezzi” di Cascina Verde comprende il supporto psichiatrico, la psicoterapia individuale, la terapia di gruppo, l’arteterapia e numerose attività educative. L’équipe multidisciplinare si incontra regolarmente per osservare l’evoluzione di ogni paziente e decidere quali interventi attivare. È un lavoro che guarda oltre l’emergenza del presente e prova a rimettere il futuro davanti alla persona.
Anche la convivenza ha un ruolo fondamentale. Le persone che abitano in comunità non si sono scelte e spesso stanno attraversando momenti di grande sofferenza. Imparare a convivere, confrontarsi, collaborare e gestire i conflitti diventa parte integrante del percorso.
La forza di chiedere aiuto
La testimonianza di Emanuele rappresenta uno dei momenti più intensi dell’intervista.
Dopo un precedente percorso e una ricaduta, Emanuele ha cercato personalmente una nuova comunità. Ha trovato Cascina Verde attraverso Internet ed è stato colpito dalla presenza di psicologi, educatori e professionisti capaci di considerarlo non soltanto come un paziente, ma come una persona.
La sua decisione di chiedere aiuto è maturata in un momento particolarmente difficile, segnato anche dalla sensazione di essere stato abbandonato dopo la ricaduta.
Emanuele non nega che il meccanismo della dipendenza continui a far parte della sua storia. Racconta però di avere acquisito strumenti per riconoscerlo e gestirlo. Oggi può trascorrere alcuni fine settimana a casa con i genitori e vivere questo ritorno non più soltanto con paura, ma anche con orgoglio.
Chiedere aiuto non significa essere più deboli. Al contrario, significa riconoscere la propria fragilità e assumersi la responsabilità di affrontarla.
Prevenire significa insegnare ad ascoltarsi
Un altro tema centrale della puntata è la prevenzione. L’età del primo contatto con le sostanze si è abbassata e può collocarsi già intorno ai dodici anni. Per questo non è sufficiente intervenire quando il consumo è già iniziato.
La prevenzione dovrebbe cominciare prima e non limitarsi a illustrare gli effetti delle sostanze sul cervello o sul corpo. È necessario parlare soprattutto delle ragioni che possono portare un ragazzo a cercarle. Bisogno di appartenere a un gruppo, paura di non essere all’altezza, ansia da prestazione, solitudine e desiderio di silenziare un disagio sono alcuni dei meccanismi che possono precedere il consumo.
Prevenire significa allora aiutare i ragazzi a riconoscere ciò che provano, dare un nome all’ansia e all’insicurezza, capire quando un malessere non deve essere affrontato da soli. Significa insegnare ai ragazzi a chiedere aiuto, ma anche insegnare agli adulti, ai genitori e agli insegnanti ad ascoltare.
Persone, non stereotipi
Le storie di chi vive una dipendenza vengono spesso percepite come lontane dalle vite considerate “normali”. Eppure le persone accolte nelle comunità hanno studiato, lavorato, frequentato università, avuto relazioni e famiglie. Prima di essere definite dalla dipendenza, hanno vissuto esperienze spesso molto simili a quelle di tutti gli altri.
Per ridurre questa distanza Cascina Verde ha iniziato a raccogliere e valorizzare le testimonianze dei propri ospiti. Ascoltare le loro storie permette di comprendere quanto sottile possa essere il confine tra chi sviluppa una dipendenza e chi, in circostanze diverse, ha semplicemente avuto maggiori possibilità o maggiore fortuna.
Anche le iniziative di volontariato aziendale hanno questa funzione. Dipendenti e ospiti lavorano, pranzano e trascorrono del tempo insieme. In questi incontri le persone accolte dalla comunità possono raccontarsi, sentirsi viste e riconosciute per ciò che sono. Non persone da nascondere o confinare, ma persone normali che stanno affrontando una patologia.
Aprire la comunità
Per sostenere Cascina Verde non è necessario essere professionisti della cura. Il primo contributo consiste nell’informarsi, mettere da parte i pregiudizi e imparare ad ascoltare. È possibile partecipare agli eventi aperti, alle feste, alle attività di volontariato aziendale, seguire i canali social o scegliere di destinare il proprio 5 per mille.
Il sostegno economico permette inoltre di finanziare tutte quelle attività che non sono interamente coperte dalle rette pubbliche, come le vacanze, le uscite e le esperienze esterne alla comunità. Ma il sostegno più importante rimane culturale: raccontare le dipendenze con parole nuove, senza stigma e senza semplificazioni.
Una comunità non deve essere un luogo dove allontanare dalla vista le persone che stanno male. Deve essere uno spazio nel quale recuperare energie, riconoscere le proprie fragilità e acquisire gli strumenti necessari per tornare nel mondo. Come emerge nella conclusione della puntata, il compito è unire ciò che sta dentro con ciò che sta fuori: non soltanto aprire le comunità, ma aprirci come società.
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